Ci addormentiamo cullati dal suono del cannone

Centenario Grande Guerra

Il 20 luglio 1915, durante la seconda battaglia dell’Isonzo, moriva in combattimento a Bosco Cappuccio Giovannni Fedele Mastroscusa, Sottotenente del 19º Reggimento Fanteria, Brigata Brescia.

L’Italia si era impegnata col Patto di Londra il 26 aprile 1915 a entrare in guerra entro un mese a fianco delle forze dell’Intesa, i preparativi fervevano e i battaglioni erano allertati. Una lettera scritta da Giovanfedele da Monteleone (Vibo Valentia) al fratello:

Monteleone 9-5-1915

Carissimo Carmine,
ti scrivo come vedi da Monteleone dove mi trovo da tre o quattro giorni. Il reggimento ha ricevuto l’ordine di tenersi pronto per la partenza e noi siamo qui a lavorare dalla mattina alla sera per metterci a posto. Non sappiamo ancora però né quando partiremo né dove andremo. Però pare che aspetteremo per poco ancora […]

Prima della dichiarazione di guerra, l’arrivo in Veneto:

Portogruaro 23-5-1915

Caro Carmine, ti ho scritto da Roma, avrei voluto scriverti anche dopo, durante il viaggio, ma non ne ho avuto il tempo e la volontà. Abbiamo fatto un lunghissimo viaggio, un po’ disagiato ma il nostro buon umore è una salsa così gustosa che fa sembrar buone tutte le minestre. Ora siamo in un piccolo paese del Veneto chiamato Portogruaro. Ci siamo arrivati stamani, dopo essere stati sballottati qua e là per due giorni fra i rari alloggiamenti e dormire sulla paglia. Ho visto anche i diversi moranesi che sono qui al mio reggimento fra i quali B[non leggibile], nessuno di loro però è capitato nel mio battaglione […]

Il resoconto dei primi scontri in una lettera del 17 giugno 1915, in avvicinamento alla prima linea, con la prima esperienza della morte dei propri commilitoni, la consapevolezza della probabilità di morire, il pensiero alla madre; e poi l’ansia di avere notizie, il tornare a quanto faceva parte un tempo della vita normale -i cani, la caccia -, quasi a esorcizzare il pensiero della guerra :

Carissimo Carmine,

Mi chiedi, anche a nome della mamma, una lunga lettera, ed io oggi mi propongo di scrivertene una lunghissima. Sono a riposo e quindi finalmente mi posso permettere il lusso di intrattenermi per iscritto con coloro che sopra tutti infinitamente amo […]
Seguendo il tuo giusto e saggio suggerimento ti accludo anche nella presente il mio testamento. Mi accorgo ora nel rileggerlo di avergli data una forma un po’ troppo funebre ma ormai non ho il tempo di rifarlo e te lo mando così come è. Mi raccomando però alla mamma di non impressionarsene troppo: è una semplice misura di precauzione necessaria anzi indispensabile in tutti i tempi. Anche camminando tranquillamente per le strade di una grande città si può essere colpiti da qualche tegolo caduto da qualche casa ed essere quindi ridotti nella condizione di doversi pentire della poca previdenza. Niente di straordinario quindi e sopra tutto niente di impressionante.
Mi chiedi poi nella tua lettera notizie sulla mia vita, sull’avanzata del mio reggimento, ed io, nei limiti del possibile, cercherò di accontentarti.
Come sai noi siamo stati tra i primi a partire, quando ancora la dichiarazione di guerra non era stata pubblicata dai giornali […]
Siamo partiti alla chetichella, di nascosto quasi. Sapevamo di andare alla Guerra ma non abbiamo avuto l’addio da nessuno. Solo qualche raro lavoratore dei campi vedendoci passare agitava il fazzoletto in segno di saluto.
Ogni tanto qualcuno interrompeva l’agitare del braccio per asciugare qualche lacrima. E questi saluti isolati ci hanno accompagnati per tutti e tre i giorni del nostro non comodo né breve viaggio e non puoi immaginare con quanto piacere nostro e con quale nostra commozione vedevamo accorrere alle finestre sempre ed ovunque delle donne e dei ragazzi, e niente altro di donne e ragazzi, per mandarci il loro saluto.
Io, al tempo della Libia, ho assistito a dimostrazioni imponentissime e impressionantissime fatte a reggimenti in partenza ma allora c’erano troppe trombe che rompevano i timpani troppa gente accorsa […] Non so se i soldati partenti per la Libia ne fossero molto commossi: a giudicare dalle apparenze a me mi è sembrato che non lo fossero eccessivamente mentre ti posso assicurare che tra i miei soldati molti avevano le lacrime agli occhi a vedere quei saluti isolati di povera gente di campagna che fino alla frontiera ci hanno ovunque costantemente ricordato che il cuore d’Italia era con noi e che tutti ci benedivano.
Uno della mia compagnia in una vecchietta affacciata alla finestra di una casa di campagna ha riconosciuto la propria madre. Alla piccola stazione del paese mi era riuscito di persuaderlo a non allontanarsi dicendogli che il farsi vedere per soli pochi minuti dai suoi parenti sarebbe stato solo un voler accrescere il dolore di quella povera gente che dopo poche ore avrebbero dovuto vederlo partire un’altra volta.
Si era arreso alle mie buone ragioni ma quando dal finestrino del treno in corsa vide sua madre mandare anch’essa il suo saluto ai soldati in partenza non disse che una sola parola <<mamma>> e si buttò giù dal treno. Lo vedemmo rotolare giù dall’argine, fare due o tre capriole, rialzarsi, ricadere ancora, poi tornare a rialzarsi e sano e salvo gridando e gesticolando avviarsi verso casa sua. Il giorno dopo ci raggiunse tutto mortificato. Per dovere lo rimproverai ma ti confesso che lo avrei abbracciato.
Però riuscimmo ad ottenere dal colonnello che non fosse punito.
Questo per quello che riguarda il nostro viaggio. Parlarti di ciò che abbiamo fatto dopo aver varcato la frontiera è un po’ meno divertente per me perché mi ricordo troppe sofferenze e lavoro lungo, continuo, costante […]
Ora da diverso tempo siamo inquadrati nella nostra divisione e siamo al nostro posto di combattimento a pochi chilometri dal nemico […]
Per ora ci addormentiamo cullati dal suono del cannone che non tace un momento. I proiettili nemici ci fischiano continuamente d’attorno ed anzi l’altro giorno uno fu così ben diretto che dette alla mia compagnia il battesimo del fuoco […] Gli schrapnell quando arrivano si sentono venire e noialtri ufficiali avevamo dato l’ordine <<a terra>> ma purtroppo non tutti furono pronti ad eseguire il comando. Me lo sentii scoppiare a una quarantina di metri di distanza e ne udii distintamente fischiare rabbiosamente le pallette; attesi un momento e non sentendomi colpito ringraziai Dio del pericolo scampato. Non così però fu per il plotone dietro al mio del quale uno rimase ucciso e due feriti, uno leggermente e l’altro gravemente. Li medicai tutti e due io, trovandosi la compagnia isolata e sfornita, quindi, di portaferiti.
Uno aveva il labbro di sopra forato dalla palletta che gli aveva fatto cadere quattro o cinque denti e all’altro pure una palletta di schrapnell aveva bucato il naso e portato via quasi un occhio.
Gridava in modo veramente compassionevole e mentre lo fasciavo non smetteva un solo minuto dal raccomandarsi a me come ad una madre <<signor tenente mi raccomando a lei, non mi lasci, non mi abbandoni perché mi sento morire>>. Infatti non lo lasciai se non quando da un vicino ospedale giunsero a prenderlo sopra una barella. Poveretto mi baciò la mano per ringraziarmi: il sangue continuava ancora a cadere e l’impronta rossa delle labbra mi rimase impressa sulla pelle.
Del morto nessuno si era accorto; mi dissero solo che c’era un altro ferito. Corsi per vederlo. Lo trovai disteso bocconi a terra, la faccia aperta, gli occhi terrei, già cadavere. Una palletta gli aveva forata la tempia. Con un’ultima speranza in cuore lo chiamai per nome, lo scossi, gli sollevai la testa, gli sbottonai la giacca e la camicia; il cuore non batteva ma la carne era ancora calda e mi illusi ancora per un poco ma purtroppo era realmente morto. Si chiamava Di G[non leggibile] era del nostro distretto di Castrovillari ed era una dei migliori della mia compagnia. La morte li sceglie.
Come vedi non ti sto raccontando delle cose allegre. Ora che le ho scritte mi pento quasi di averlo fatto forse perché la mamma se ne impressionerà un poco ma tu dille che la guerra non si fa con le pallottole di ricotta. Io, per conto mio, mi atterrò il più che mi sarà possibile ai saggi ammonimenti che per bocca tua mi ha dato e vedi che il mio più ardente desiderio sarebbe quello di ritornare fra di voi vivo e sano ma però dopo aver compiuto il mio dovere tutto, completo, fino all’ultimo e anche, all’occorrenza, qualche cosa di più che sia lo stretto dovere come l’onore mi impone e l’animo mio e le mie aspirazioni ed i i miei principi mi consigliano.
Tutti noi che combattiamo abbiamo una mamma e quindi le nostre adorate vecchiette che stanno in cima ai nostri pensieri al di sopra di tutto ciò che costituisce la parte più pura del nostro essere bisogna che si rassegnino all’attesa paziente e fiduciosa sperando in Dio e magari cominciando un poco a rafforzare il loro animo per renderlo pronto a sopportare il triste annunzio che purtroppo, per molte di esse, prima o poi, arriverà […] Tu scrivimi e dammi notizie di Morano e dei moranesi. Chi è stato richiamato? Chi è rimasto? Cosa si dice? Come si vive? Che si fa? Tu dici che in questo momento tutto ciò importa poco ma io ti assicuro che sono ansiosissimo di sapere notizie.
E la caccia? Qui c’è una quantità straordinaria di lepri che scappano da tutte le parti […] Per quasi dieci giorni sono stato possessore di un bellissimo cane da ferma […] mi si era messo appresso lungo la strada e si era talmente affezionato che essendo venuto il padrone a riprenderselo dovetti legarlo per restituirglielo e ciò non ostante dopo un’ora me lo vidi di nuovo comparire col guinzaglio tutto rosicato come fa la nostra bella Fanny. L’ho perso una volta che abbiamo dovuto avanzare di notte. Forse qualche altro ufficiale se lo sarà legato lui. Peccato. Lo avevo chiamato Fido nonostante che i soldati lo volevano battezzare Garibaldino perché anche lui aveva abbandonato la sua casa per venire alla guerra: come premio gli avevano messo una stelletta sul collare […]

Poco più di un mese dopo Giovanfedele cadde. Il suo attendente scrisse della sua morte:

“il sottotenente Mastroscusa, in mancanza di ufficiali a lui superiori, che erano rimasti feriti, prese lui il comando del battaglione. Ferito al braccio, rifiutò di andare al posto di medicazione, ed, essendosi alla meglio fasciato da sé stesso la ferita, ordinò al battaglione l’avanti, con la quale parola sulle labbra morì, mentre una pallottola nemica lo colpiva alla testa”.

Nel proprio testamento Giovanfedele chiedeva di riposare nel cimitero del paese natio accanto alla tomba del padre, ma se ebbe sepoltura – sul campo o in un cimitero mililitare -, se ne perse traccia. Le piastrine di riconoscimento, contenenti un foglietto di carta, erano soggette a deterioramento, i bombardamenti stravolgevano il terreno e distruggevano le tombe togliendo anche il nome ai cadaveri sfracellati. Le sue spoglie giacciono forse fra quelle dei 60.000 militi ignoti del Sacrario di Redipuglia. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.

Fonti: Archivio privato della famiglia Mastroscusa. Crediti: mastroscusa.com

Il 20 luglio 1915, durante la seconda battaglia dell’Isonzo, moriva in combattimento a Bosco Cappuccio Giovannni Fedele Mastroscusa, Sottotenente del 19º Reggimento Fanteria, Brigata Brescia.

L’Italia si era impegnata col Patto di Londra il 26 aprile 1915 a entrare in guerra entro un mese a fianco delle forze dell’Intesa, i preparativi fervevano e i battaglioni erano allertati. Una lettera scritta da Giovanfedele da Monteleone (Vibo Valentia) al fratello:

Monteleone 9-5-1915

Carissimo Carmine,
ti scrivo come vedi da Monteleone dove mi trovo da tre o quattro giorni.
Il reggimento ha ricevuto l’ordine di tenersi pronto per la partenza e noi siamo qui a lavorare dalla mattina alla sera per metterci a posto. Non sappiamo ancora però né quando partiremo né dove andremo. Però pare che aspetteremo per poco ancora […]

Prima della dichiarazione di guerra, l’arrivo in Veneto:

Portogruaro 23-5-1915

Caro Carmine,
ti ho scritto da Roma, avrei voluto scriverti anche dopo, durante il viaggio, ma non ne ho avuto il tempo e la volontà. Abbiamo fatto un lunghissimo viaggio, un po’ disagiato ma il nostro buon umore è una salsa così gustosa che fa sembrar buone tutte le minestre. Ora siamo in un piccolo paese del Veneto chiamato Portogruaro. Ci siamo arrivati stamani, dopo essere stati sballottati qua e là per due giorni fra i rari alloggiamenti e dormire sulla paglia. Ho visto anche i diversi moranesi che sono qui al mio reggimento fra i quali B[non leggibile], nessuno di loro però è capitato nel mio battaglione […]

Il resoconto dei primi scontri in una lettera del 17 giugno 1915, in avvicinamento alla prima linea, con la prima esperienza della morte dei propri commilitoni, la consapevolezza della probabilità di morire, il pensiero alla madre; e poi l’ansia di avere notizie, il tornare a quanto faceva parte un tempo della vita normale -i cani, la caccia -, quasi a esorcizzare il pensiero della guerra :

Carissimo Carmine,
Mi chiedi, anche a nome della mamma, una lunga lettera, ed io oggi mi propongo di scrivertene una lunghissima. Sono a riposo e quindi finalmente mi posso permettere il lusso di intrattenermi per iscritto con coloro che sopra tutti infinitamente amo […]
Seguendo il tuo giusto e saggio suggerimento ti accludo anche nella presente il mio testamento. Mi accorgo ora nel rileggerlo di avergli data una forma un po’ troppo funebre ma ormai non ho il tempo di rifarlo e te lo mando così come è. Mi raccomando però alla mamma di non impressionarsene troppo: è una semplice misura di precauzione necessaria anzi indispensabile in tutti i tempi. Anche camminando tranquillamente per le strade di una grande città si può essere colpiti da qualche tegolo caduto da qualche casa ed essere quindi ridotti nella condizione di doversi pentire della poca previdenza. Niente di straordinario quindi e sopra tutto niente di impressionante.
Mi chiedi poi nella tua lettera notizie sulla mia vita, sull’avanzata del mio reggimento, ed io, nei limiti del possibile, cercherò di accontentarti.
Come sai noi siamo stati tra i primi a partire, quando ancora la dichiarazione di guerra non era stata pubblicata dai giornali […]
Siamo partiti alla chetichella, di nascosto quasi. Sapevamo di andare alla Guerra ma non abbiamo avuto l’addio da nessuno. Solo qualche raro lavoratore dei campi vedendoci passare agitava il fazzoletto in segno di saluto.
Ogni tanto qualcuno interrompeva l’agitare del braccio per asciugare qualche lacrima. E questi saluti isolati ci hanno accompagnati per tutti e tre i giorni del nostro non comodo né breve viaggio e non puoi immaginare con quanto piacere nostro e con quale nostra commozione vedevamo accorrere alle finestre sempre ed ovunque delle donne e dei ragazzi, e niente altro di donne e ragazzi, per mandarci il loro saluto.
Io, al tempo della Libia, ho assistito a dimostrazioni imponentissime e impressionantissime fatte a reggimenti in partenza ma allora c’erano troppe trombe che rompevano i timpani troppa gente accorsa […] Non so se i soldati partenti per la Libia ne fossero molto commossi: a giudicare dalle apparenze a me mi è sembrato che non lo fossero eccessivamente mentre ti posso assicurare che tra i miei soldati molti avevano le lacrime agli occhi a vedere quei saluti isolati di povera gente di campagna che fino alla frontiera ci hanno ovunque costantemente ricordato
che il cuore d’Italia era con noi e che tutti ci benedivano.Uno della mia compagnia in una vecchietta affacciata alla finestra di una casa di campagna ha riconosciuto la propria madre. Alla piccola stazione del paese mi era riuscito di persuaderlo a non allontanarsi dicendogli che il farsi vedere per soli pochi minuti dai suoi parenti sarebbe stato solo un voler accrescere il dolore di quella povera gente che dopo poche ore avrebbero dovuto vederlo partire un’altra volta.Si era arreso alle mie buone ragioni ma quando dal finestrino del treno in corsa vide sua madre mandare anch’essa il suo saluto ai soldati in partenza non disse che una sola parola <<mamma>> e si buttò giù dal treno. Lo vedemmo rotolare giù dall’argine, fare due o tre capriole, rialzarsi, ricadere ancora, poi tornare a rialzarsi e sano e salvo gridando e gesticolando avviarsi verso casa sua. Il giorno dopo ci raggiunse tutto mortificato. Per dovere lo rimproverai ma ti confesso che lo avrei abbracciato.
Però riuscimmo ad ottenere dal colonnello che non fosse punito.
Questo per quello che riguarda il nostro viaggio. Parlarti di ciò che abbiamo fatto dopo aver varcato la frontiera è un po’ meno divertente per me perché mi ricordo troppe sofferenze e lavoro lungo, continuo, costante […]
Ora da diverso tempo siamo inquadrati nella nostra divisione e siamo al nostro posto di combattimento a pochi chilometri dal nemico […]
Per ora ci addormentiamo cullati dal suono del cannone che non tace un momento. I proiettili nemici ci fischiano continuamente d’attorno ed anzi l’altro giorno uno fu così ben diretto che dette alla mia compagnia il battesimo del fuoco […] Gli schrapnell quando arrivano si sentono venire e noialtri ufficiali avevamo dato l’ordine <<a terra>> ma purtroppo non tutti furono pronti ad eseguire il comando. Me lo sentii scoppiare a una quarantina di metri di distanza e ne udii distintamente fischiare rabbiosamente le pallette; attesi un momento e non sentendomi colpito ringraziai Dio del pericolo scampato. Non così però fu per il plotone dietro al mio del quale uno rimase ucciso e due feriti, uno leggermente e l’altro gravemente. Li medicai tutti e due io, trovandosi la compagnia isolata e sfornita, quindi, di portaferiti.
Uno aveva il labbro di sopra forato dalla palletta che gli aveva fatto cadere quattro o cinque denti e all’altro pure una palletta di schrapnell aveva bucato il naso e portato via quasi un occhio.
Gridava in modo veramente compassionevole e mentre lo fasciavo non smetteva un solo minuto dal raccomandarsi a me come ad una madre <<signor tenente mi raccomando a lei, non mi lasci, non mi abbandoni perché mi sento morire>>. Infatti non lo lasciai se non quando da un vicino ospedale giunsero a prenderlo sopra una barella. Poveretto mi baciò la mano per ringraziarmi: il sangue continuava ancora a cadere e l’impronta rossa delle labbra mi rimase impressa sulla pelle.
Del morto nessuno si era accorto; mi dissero solo che c’era un altro ferito. Corsi per vederlo. Lo trovai disteso bocconi a terra, la faccia aperta, gli occhi terrei, già cadavere. Una palletta gli aveva forata la tempia. Con un’ultima speranza in cuore lo chiamai per nome, lo scossi, gli sollevai la testa, gli sbottonai la giacca e la camicia; il cuore non batteva ma la carne era ancora calda e mi illusi ancora per un poco ma purtroppo era realmente morto. Si chiamava Di G[non leggibile] era del nostro distretto di Castrovillari ed era una dei migliori della mia compagnia. La morte li sceglie.
Come vedi non ti sto raccontando delle cose allegre. Ora che le ho scritte mi pento quasi di averlo fatto forse perché la mamma se ne impressionerà un poco ma tu dille che la guerra non si fa con le pallottole di ricotta. Io, per conto mio, mi atterrò il più che mi sarà possibile ai saggi ammonimenti che per bocca tua mi ha dato e vedi che il mio più ardente desiderio sarebbe quello di ritornare fra di voi vivo e sano ma però dopo aver compiuto il mio dovere tutto, completo, fino all’ultimo e anche, all’occorrenza, qualche cosa di più che sia lo stretto dovere come l’onore mi impone e l’animo mio e le mie aspirazioni ed i i miei principi mi consigliano.
Tutti noi che combattiamo abbiamo una mamma e quindi le nostre adorate vecchiette che stanno in cima ai nostri pensieri al di sopra di tutto ciò che costituisce la parte più pura del nostro essere bisogna che si rassegnino all’attesa paziente e fiduciosa sperando in Dio e magari cominciando un poco a rafforzare il loro animo per renderlo pronto a sopportare il triste annunzio che purtroppo, per molte di esse, prima o poi, arriverà […] Tu scrivimi e dammi notizie di Morano e dei moranesi. Chi è stato richiamato? Chi è rimasto? Cosa si dice? Come si vive? Che si fa? Tu dici che in questo momento tutto ciò importa poco ma io ti assicuro che sono ansiosissimo di sapere notizie.
E la caccia? Qui c’è una quantità straordinaria di lepri che scappano da tutte le parti […] Per quasi dieci giorni sono stato possessore di un bellissimo cane da ferma […] mi si era messo appresso lungo la strada e si era talmente affezionato che essendo venuto il padrone a riprenderselo dovetti legarlo per restituirglielo e ciò non ostante dopo un’ora me lo vidi di nuovo comparire col guinzaglio tutto rosicato come fa la nostra bella Fanny. L’ho perso una volta che abbiamo dovuto avanzare di notte. Forse qualche altro ufficiale se lo sarà legato lui. Peccato. Lo avevo chiamato Fido nonostante che i soldati lo volevano battezzare Garibaldino perché anche lui aveva abbandonato la sua casa per venire alla guerra: come premio gli avevano messo una stelletta sul collare […]

Poco più di un mese dopo Giovanfedele cadde. Il suo attendente scrisse della sua morte:

“il sottotenente Mastroscusa, in mancanza di ufficiali a lui superiori, che erano rimasti feriti, prese lui il comando del battaglione. Ferito al braccio, rifiutò di andare al posto di medicazione, ed, essendosi alla meglio fasciato da sé stesso la ferita, ordinò al battaglione l’avanti, con la quale parola sulle labbra morì, mentre una pallottola nemica lo colpiva alla testa”.

Nel proprio testamento Giovanfedele chiedeva di riposare nel cimitero del paese natio accanto alla tomba del padre, ma se ebbe sepoltura – sul campo o in un cimitero mililitare -, se ne perse traccia. Le piastrine di riconoscimento, contenenti un foglietto di carta, erano soggette a deterioramento, i bombardamenti stravolgevano il terreno e distruggevano le tombe togliendo anche il nome ai cadaveri sfracellati. Le sue spoglie giacciono forse fra quelle dei 60.000 militi ignoti del Sacrario di Redipuglia. Fu decorato con la medaglia di bronzo al valor militare.

Fonti: Archivio privato della famiglia Mastroscusa. Crediti: mastroscusa.com